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Proletari di tutto il mondo

da il manifesto di oggi NELLA FABBRICA DI TYCHY
«Abbiamo accettato condizioni capestro, ma Fiat ha tradito le promesse»
La rabbia degli operai polacchi che producono la Panda. E l’appello agli italiani: «Resistete e sabotate l’azienda»

Mauro Caterina
VARSAVIA
«Per noi non c’è altro da fare a Tychy che smettere di inginocchiarci e iniziare a combattere. Noi chiediamo ai nostri colleghi di resistere e sabotare l’azienda che ci ha dissanguati per anni e ora ci sputa addosso». Non si erano mai sentiti toni così duri nell’impianto polacco della Fiat dove si produce la nuova 500. Nella lettera aperta, scritta il 13 giugno da un gruppo di lavoratori della fabbrica di Tychy ai colleghi di Pomigliano d’Arco alla vigilia del referendum, c’è tutta la rabbia di chi si è rotto la schiena per poco più di 580 euro netti al mese lavorando 48 ore a settimana compresi turni di sabato e domenica.
Il gioco delle «tre carte» che la Fiat sta portando avanti – chiudere l’impianto di Termini Imerese nel quale si produce la Lancia Y, spostare la produzione a Tychy e di conseguenza riportare la produzione della Panda in Italia – non è piaciuto affatto ai lavoratori polacchi. Anche perchè, un’altra macchina prodotta dalla Fiat a Tychy, la Topolino, adesso prenderà il volo per la Serbia. C’è smarrimento e molti operai nell’impianto di Tychy non sanno più cosa aspettarsi dall’intera vicenda. «Per anni ai nostri operai è stato fatto il lavaggio del cervello – dice Wanda Strozyk, battagliera sindacalista di Solidarnosc – con l’idea che lavorare oltre i propri limiti ed essere ultra-efficienti avrebbe garantito ulteriori investimenti e la creazione di altri posti di lavoro in Polonia. Invece adesso ci troviamo con la preoccupazione di perderlo quel posto di lavoro». Tychy è a tutti gli effetti il «gioiellino» del Lingotto, la punta di diamante del gruppo torinese, l’impianto più efficiente della Fiat nel mondo, addirittura cinque volte più produttivo di quelli italiani stando alle cifre di Marchionne. È vero, Tychy è un gioiellino produttivo ma a quale prezzo tutto ciò è stato possibile? La dirigenza ha chiesto ai lavoratori di lavorare sabato e domenica, di fare tre turni al giorno invece di due e di tagliare le ferie. Proprio le stesse condizioni che sono state imposte agli operai di Pomigliano d’Arco. Scioperi e proteste? Qui in Polonia non sono ammesse rimostranze contro l’amministrazione. Solo quando i sindacati chiedono qualche bonus per i lavoratori più produttivi, o contrattano i turni del week-end è possibile alzare la voce, ma non troppo. La verità è che da queste parti i sindacati e i lavoratori non hanno mai avuto le condizioni e la forza di opporsi ai diktat aziendali. E questo vale per la Fiat come per qualsiasi altra multinazionale presente in Polonia. «Avevamo la sensazione di non essere in condizione di lottare, di essere troppo poveri – scrivevano nella lettera gli operai polacchi – abbiamo implorato per ogni posto di lavoro. Abbiamo lasciato soli i lavoratori italiani prendendoci i loro posti di lavoro, e adesso ci troviamo nella loro stessa situazione». Una «guerra tra poveri» con l’ulteriore consapevolezza di non avere nessuna scelta a disposizione se non quella di denunciare e lottare. Si propone di unire le forze e lottare internazionalmente. Ma chi glielo va a dire agli operai cinesi, taiwanesi o indiani di unirsi nella lotta? Li la preoccupazione non è quella di pagare il mutuo o la rata della macchina, ma soddisfare i bisogni primari. «Hanno globalizzato le merci e la finanza – riflette Wanda Strozyk – non era meglio prima globalizzare i diritti?». Questa però è una domanda che bisognerebbe girare ai governanti dell’Occidente opulento che la globalizzazione l’hanno lasciata nelle mani dei finanzieri.

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