IL PASTICCIACCIO
Pinar – Aprile 2009
«Io, capitan Asik e l’Odissea della Pinar»
L’Unità 21 giugno 2009
Quando ci sono vite umane in gioco, il resto sono dettagli». Quando Asik Tuygun ricevendo la targa ha pronunciato questa frase, la sala si è alzata in piedi, e a lui si sono inumiditi gli occhi. Asik è il comandante della “Pinar”, il mercantile turco battente bandiera panamense che il 16 aprile soccorse 142 naufraghi nel canale di Sicilia. Ignaro che sarebbe stato coinvolto in un braccio di ferro tra Italia eMalta sulla pelle dei naufraghi, lasciati per cinque giorni ad arrostire e disidratarsi sul ponte della nave, fino allo sbarco nei centri di permanenza di Lampedusa e Porto Empedocle. Due mesi dopo, Asik è a Roma. In occasione della giornata mondiale dei rifugiati, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (l’Unhcr) lo ha premiato con una menzione di «gratitudine e apprezzamento » per il suo operato. Poi è venuto a trovarci in redazione: «È la prima volta che vedo Roma. Mi fa venire voglia di diventare un rifugiato per poterci rimanere » scherza. Eppure Asik, 39enne di Istambul, ufficiale di bordo da quasi vent’anni, in mare per due terzi dell’anno, è uomo che prende le cose molto sul serio. Lo avevamo incontrato all’hotel Le Pelagie di Lampedusa, scortato a terra da una delegazione dell’Onu per farsi una doccia calda insieme al suo secondo e a un marinaio. Quando la situazione era ancora bloccata, e lui sapeva che lo stallo non poteva durare a lungo: sul suo cargo c’erano troppi uomini allo stremo, troppa puzza e troppa disperazione. E il cadavere, in un sacco di plastica sporca, di una ragazzina nigeriana annegata con il bambino che aspettava. «Dovete aiutarci» aveva implorato «Sono uomini buoni ma non resisteranno». In quei giorni aveva gli occhi arrossati, la barba ispida, i capelli raccolti in un codino, scarponi inzuppati d’acqua e impermeabile blu. Adesso è sbarbato e riposato, veste un impeccabile completo scuro con sgargiante cravatta rossa. È timido, schivo, gentile: «Mi ha stupito l’accoglienza degli italiani: ancora dopo tanto tempo, quando capiscono chi sono mi stringono lamano, mi abbracciano, mi chiamano eroe». Secondo lui, come ha detto durante la premiazione, «quello che abbiamo fatto con il nostro equipaggio dovrebbe essere un esempio per tutti gli altri comandanti, gli armatori e le autorità. Nessuno può voltare la testa quando qualcuno è in difficoltà». Eppure, Asik stesso sa che non è per forza così. In quei momenti concitati ci confidò le sue preoccupazioni: «Il boss è molto arrabbiato perché con questa storia stiamo ritardando la consegna del carico. Spero di non perdere il posto di lavoro». La “Pinar”portava nella stiva tonnellate di crusca di grano destinate al porto tunisino di Sfax. Sbarcati i migranti riprese la rotta, ma le recriminazioni dell’armatore si placarono solo quando ne scrissero l’Unità e Repubblica, obbligandolo a fare buon viso a cattivo gioco. La vicenda, infatti, era diventata un caso mediatico dopo che alcuni giornalisti (Francesco Viviano, Karl Hoffman e le Iene) erano saliti a bordo girando un video che contraddiceva le rosee dichiarazioni del Viminale. Venerdì scorso a Roma, l’armatore Baris Erdogdu era a fianco di Asik a ricevere il premio. Ma è stato il loro ultimo incontro: «Non lavorerò più per quella società – dice il comandante – Sono un uomo libero e sono sul mercato. Non ho ricevuto pressioni, ho deciso io di andarmene. Dopo i fatti di Lampedusa chi mi assume sa a cosa va incontro, e molti mi hanno già telefonato». Già, perché Asik non solo non è pentito ma rifarebbe tutto daccapo: «Se non vedi i loro volti, se non incroci i loro occhi non puoi capire. Mi dicevano: perdonaci per il disturbo, ma tu sei il nostro Dio». Ricorda ogni particolare: «Avvistammo due natanti, uno Zodiac nero e un barchino verde. Il mare era forza quattro, il vento sferzava. Issati tutti gli altri, vedemmo lei riversa in acqua, faccia in giù. Non capivamo se fosse un uomo o una donna. Al primo tentativo i miei uomini sul tender l’hanno persa, al secondo l’hanno agganciata. Mi hanno urlato nella radio: è morta. Ho risposto: portatela comunque a bordo». Sul registro è stato annotato con la biro: «Dead girl name Esath Ekos. Age: 18». Che sensazione provò quando la “Pinar” tornò territorio suo e dell’equipaggio? «Sollievo. Stanchezza. Nostalgia. Speranza che quegli esseri umani infreddoliti, muti, infagottati nelle coperte, avranno un futuro e che tutto questo, il loro viaggio, il dolore, la morte, sia valso a qualcosa». Ci tiene a precisare: «Mi dispiace che il mio equipaggio non sia qui. Eravamo in 23, tutti ugualmente coinvolti e impegnati». Loro sono rimasti sulla “Pinar”, non li rivedrà: «A settembre mi imbarcherò. Sono stato a Genova, Salerno, Catania. Conosco bene le coste italiane. Sono stato in America, sei mesi di traversata. Posso andare dappertutto». Ha avuto più notizie dei naufraghi? «Ho saputo qui a Roma che uno di loro è morto nel centro di permanenza. Meningite. Io e i miei uomini prima di sbarcare in Tunisia siamo stati sottoposti a controlli sanitari ed è tutto a posto. Ma lui, era un ragazzo di 18 anni. Non sarebbe stato possibile evitarlo? ». Gli occhi di Asik, già scuri, perdono ogni luce. È impossibile capire se incolpi la politica, l’insensibilità umana, il destino o persino se stesso. Ed è inutile dirgli che per cinque giorni nelle vite di 142 persone è stato davvero un dio.
FEDERICA FANTOZZI
***
LA STORIA
«Stanno morendo sotto i nostri occhi. Ci sono almeno 40 extracomunitari e tra questi 35 donne due delle quali incinte, che sono in gravissime condizioni. Aiutateci altrimenti moriranno, non abbiamo viveri, non abbiamo acqua a sufficienza, dormono sul ponte al freddo e si rischia una strage. Vi prego fateci sbarcare da qualche parte almeno quelle persone che stanno molto male. Per due giorni hanno bevuto acqua di mare, sono molto provati e rischiano di morire. Aiutateci…».
Cominciano con queste parole del comandante Asik Tuygun i quattro terribili giorni dell’inaudita vicenda “PInar”.
E’ il 16 aprile. Il mercantile turco in viaggio nel Canale di Sicilia, viene avvertito dalle autorità maltesi della presenza di due barconi alla deriva nella zona. Li raggiunge e li trova carichi di donne e uomini fuggiti dall’Africa, disidratati e in condizioni igieniche spaventose. Una ragazza nel caos dello sbarco cade in acqua. Ha diciotto anni, è incinta, muore annegata. Il suo cadavere viene issato a bordo.
Ed è a quel punto che inizia la danza dei rimbalzi di responsabilità tra un’Italia rappresentata da un ministro dell’Interno leghista e un paese, Malta, che è una piccola isola con poche risorse – ma la grande colpa di avere acque territoriali esageratamente estese.
Manca poco alle elezioni europee, l’occasione è buona perché il governo berlusconiano dia agli elettori di destra una dimostrazione di rigore xenofobo. Malta non li vuole e pure l’Italia nega l’attracco. Si innesca un contenzioso che interessa questioni di territorialità e prossimità che nulla hanno a che vedere col sentimento umano. Il mondo ci guarda, i quotidiani (alcuni) si indignano, l’Unhcr depreca, Maroni si irrigidisce rabbioso.
Dopo quattro giorni e il racconto shock di alcuni giornalisti saliti sulla nave, la questione si scioglie perché la vergogna è troppa, anche per l’Italia inqualificabile di oggi: il governo italiano cede, accoglie i disperati a Lampedusa. C’è già un cadavere, quello della ragazza annegata. Due settimane dopo, un altro disperato tra quei 142 morirà, di meningite.
Chi ha vinto? Nessuno, hanno perso tutti. Maroni lo Squalo, però, tira dritto e poco tempo dopo respinge un’altro barcone carico, in barba all’Onu e alle leggi internazionali. Ma questa è un’altra storia (che si chiama Bovienzo). (pt)
NEL DETTAGLIO:
Immigrati respinti, interviene la Ue tra Italia e Malta è guerra di dossier
Repubblica — 22 aprile 2009 pagina 10 sezione: CRONACA
ROMA – Dopo il caso Pinar, aumenta la tensione fra Italia e Malta a proposito dei soccorsi ai migranti sulle «carrette del mare». Per cercare di raggiungere un accordo fra i due Paesi è scesa in campo, ieri, l’ Europa. Ma neppure l’ intervento del commissario Ue per la giustizia, Jacques Barrot (che ha convocato per domani sera i due contendenti, il ministro dell’ Interno Italiano, Roberto Maroni, e il suo omologo maltese, Mifsud Bonnici), pare abbia disteso i rapporti. Dopo il braccio di ferro su dove la Pinar dovesse sbarcare i 145 migranti soccorsi in mezzo al mare – poi trasferiti a Porto Empedocle – ora fra Italia e Malta è guerra di cifre. Maroni nel suo dossier critica la ripartizione dei fondi europei destinati al controllo delle frontiere. «Malta, a fronte di 1200 chilometri di coste, incassa 7,1 milioni. All’ Italia, che ha un’ estensione di coste 5 volte superiore, tocca invece meno della metà, appena 12,6 milioni. Troppo poco, se si pensa che la prima assistenza ai 42600 migranti soccorsi in 670 missioni dal 2007 a oggi è costata 78 milioni». «Malta – tuona il ministro dell’ Interno italiano – ha rifiutato 600 diversi soccorsi in mare reinstradando 40mila clandestini sulle coste italiane». La nave Pinar, ribadisce Maroni, si trovava sul tratto di mare sul quale i soccorsi competono a Malta e per i quali riceve finanziamenti comunitari. Bonnici ribatte con un contro-dossier e snocciola i suoi dati. «I soldi ricevuti dall’ Ue – spiega – sono destinati a pattugliare le coste e costruire un centro di accoglienza, cose che abbiamo fatto». «Quest’ anno – aggiunge – abbiamo fatto 380 soccorsi, e abbiamo ospitato mille migranti, un anno fa 3.800: facendo le debite proporzioni, è come se in Italia ne fossero sbarcati 400.000». «L’ Italia faccia tutti i dossier che vuole – replica Bonnici – non abbiamo violato alcun accordo. Su quel tratto di mare a noi spetta il coordinamento dei soccorsi, cosa che abbiamo fatto chiedendo al cargo turco di ospitare a bordo i 150 clandestini. Ma a quel punto le regole dicono che si debba fare rotta al porto più vicino, e cioè a Lampedusa che distava 40 miglia dalla Pinar, contro i 140 di Malta. Su questo punto Barrot ha già dato ragione a noi». La rissa Malta-Italia, Maroni-Bonnici, è iniziata venerdì 17, giorno della conferenza Panmediterranea sull’ immigrazione che si svolgeva a Roma, lo stesso giorno in cui scoppiò il caso Pinar. In quell’ occasione, fu il ministro dell’ Interno italiano a dare fuoco alle polveri dicendo che «con Malta i rapporti vanno male perché c’ è un dispositivo che consente alle autorità maltesi di scaricare sull’ Italia responsabilità nel soccorso che dovrebbero appartenerle». Da quel giorno, con l’ acuirsi della vicenda Pinar, è stato un crescendo di accuse. Malta ha una zona di mare sulla quale è competente per i soccorsi che va da Creta a Lampedusa. Ma non vuole cederne neppure un metro – come vorrebbe invece l’ Italia – per non perdere influenza nel tratto di mare chiamato «banchi di Medina» rivendicato anche dalla Libia per interessi petroliferi. – DAVIDE CARLUCCI ALBERTO CUSTODERO
IL RACCONTO DEL GIORNALISTA DELLA REPUBBLICA
SALITO A BORDO DELLA PINAR
Sulla nave dei disperati: I nostri tre giorni d’ inferno
A BORDO DEL MERCANTILE PINAR NEANCHE da morta, Esceth Ekos, che aveva 18 anni e veniva dalla Nigeria, ha avuto pace. Il suo cadavere con in grembo il corpicino del suo bimbo mai nato, è ancora lì, rinchiuso in un sacco di plastica bianco. Attorno le girano i gabbiani, il vento le scopre il volto. ÈQUELLO di una ragazzina che aveva attraversato il mare per cercare un futuro ed una vita migliore, per lei e per il suo nascituro. Ma è morta annegata durante la traversata del Canale di Sicilia. Sembrava che l’ odissea dei suoi compagni dovesse finire, quando giovedì è apparso all’ orizzonte il mercantile turco Pinar, intervenuto su segnalazione delle autorità di Malta. Invece era solo l’ inizio. Quando i 145 immigrati, nigeriani, ghanesi, liberiani e di altre nazionalità, sono stati issati a bordo della Pinar, per quattro notti e tre giorni, tutti sono rimasti prigionieri sulla nave. Fino alla tarda serata di ieri, quando la notizia delle loro incredibili condizioni ha fatto il giro del mondo ed è stato evidente a tutti che la situazione a bordo era drammatica. Tutti stremati, anche il comandante e i dodici uomini dell’ equipaggio: avevano paura di perdere il controllo della nave, che scoppiasse una rivolta, con molti immigrati che minacciavano di buttarsi in acqua pur di non restare ancora prigionieri su quel mercantile che li aveva salvati. Siamo saliti a bordo con i colleghi delle Iene, dopo una traversata di oltre due orea bordo di un gommone con mare forza 4 e con onde che superavano i tre metri. Abbiamo avvistato il Pinar e la corvetta della marina militare italiana Lavinia che la scortava, impedendole di muoversi per non farla attraccare a Lampedusa. Il gommone saltava ad ogni onda. Per qualche minuto abbiamo avuto anche paura di finire in mare. Poi, una volta giunti quasi sottobordo del mercantile, il gommone ha avuto una avaria al motore e siamo rimasti bloccati. Ci hanno soccorso loro, i marinai del mercantile turco che hanno calato una scialuppa, raggiungendoci e trainandoci fin sotto la nave, dove sui parapetti s’ erano intanto affacciati decine e decine di extracomunitari, almeno quelli che avevano la forza di farlo. Gli altri sono rimasti sotto le coperte. Stanchi, sfiniti, affamati.E quando siamo saliti a bordo è sembrato di entrare nell’ inferno. Il cadavere della giovane ragazza era sul pozzo di poppa del mercantile accanto a grandi sacchi di immondizia, il fetore che proveniva da quel sacco bianco era insostenibile. Esceth era morta da cinque giorni e dimenticata da tutti, dai governi maltese ed italiano. Soltanto a tarda sera quando alla Pinar è stato finalmente consentito di fare rotta verso la terraferma, Esceth Ekos è stata trasferita dal cimitero a cielo aperto del mercantile turco a bordo di una motovedetta della capitaneria di porto che l’ ha poi trasferita a Lampedusa. Le hanno riservato un’ accoglienza di riguardo. Per non fare vedere quel cadavere hanno steso dei teli bianchi tra la passerella della motovedetta e la banchina. C’ erano poliziotti dappertutto, anche sugli scogli, nessuno doveva vedere quella vergogna, quel cadavere ormai in putrefazione che per cinque giorni è stato in balia di tutto, del vento, del sole, del freddo, dei gabbiani, sepolto in mezzo all’ immondizia a poppa del Pinar mentre Malta e Roma litigavano. A bordo, uomini e donne sfiniti, ammalati, ustionati, che non avevano neanche la forza di parlare. Disperati: quasi tutti raccolti a prua della nave, ammassati come carne da macello, in mezzo a bottiglie d’ acqua di plastica vuote, cartacce, residui di biscotti e pane che le autorità italiane avevano inviato per non farli morire anche di fame. Quando ci vedono a bordo gli extracomunitari esultano, pensano che siamo venuti a salvarli, a portarli finalmente sulla terraferma. Molti di loro sono scalzi, molti altri non hanno le coperte, ma il girone dell’ inferno non è ancora finito. In sala macchine troviamo decine di extracomunitari rannicchiati in mezzo alle coperte, apriamo altri locali della nave che una volta erano cucine, magazzini, ripostigli e alloggi dei marinai, e scopriamo che ci stanno da giorni decine e decine di esseri umani. Ci guardano, non riescono neanche a parlare. Qualcuno, che ancora non è preso dalla disperazione, risponde alle nostre domande. Ma sono loro che sommergono di domande: «Perché ci tengono ancora chiusi qua dentro? Molti di noi stanno male – dice un giovane nigeriano, scalzo e con una coperta addosso – sarebbe stato meglio morire come la nostra amica, così non soffriremmo più. Che abbiamo fatto di male? Siamo fuggiti dal nostro paese per la fame e per la guerra, ci avevano detto che l’ Italiae gli italiani sono un paese e gente caritatevole. Aiutateci, fate qualcosa per noi…». Un altro dice che se continua ancora così si butterà in mare e mima un tuffo. Il comandante turco e i marinai del mercantile non dormono da molte notti, sono sempre lì a controllare il via vai, avanti e indietro sul ponte, sopra e sotto coperta. «Non è possibile sostenere questa situazione – si sfoga il giovane comandante turco, Asik Tuygun, 36 anni – noi li abbiamo salvati perché ce lo hanno detto le autorità italiane e maltesi, ma poi hanno abbandonato noi e questi disperati». Accanto a lui c’ è il secondo ufficiale di coperta, un giovane turco di 22 anni, Soner Karakas. Ha gli occhi arrossati dalla stanchezza, vigila continuamente, dice agli immigrati che vanno verso poppa di tornare indietro. Alza la voce: «Ma il mio cuore è in pena, vorrei fare di più per loro, invece sono impotente, ci ordinano di stare fermi, bloccati qui, ma è giusto tutto questo?». È stato proprio lui a recuperare il cadavere galleggiante di Esceth Ekos in mezzo ad altri che si erano tuffati in mare dai barconi e che rischiavano di annegare. «Ma di questa storia non voglio parlare, la vedo lì chiusa nel sacco tutti i giorni con il suo corpo gonfio». A bordo ci sono anche altre due donne incinte, stanno accovacciate nell’ alloggio del comandante, è più caldo, più confortevole, ma tutti gli altri stanno all’ addiaccio. Hanno passato quattro notti a guardare da lontano le luci dell’ isola di Lampedusa. Una delle ragazze incinte parla a fatica: «Salvate almeno questa creatura che porto in grembo, sono incinta di tre o quattro mesi, ancora non lo so, ho sofferto per raggiungere la Libia dove ho aspettato a lungo prima di imbarcarmi. Mi hanno sfruttato, facendomi lavorare come una schiava per mesie mesi e quando ho raccolto i soldi per pagarmi il viaggio in barca sono partita da Al Zuwara con tutti gli altri. Quando è arrivata la nave turca pensavo di essere salva, invece sono diventata una prigioniera». Poco prima di sera arriva un elicottero della Guardia Costiera, cala a bordo con un verricello, imbracandole, due dottoresse di un’ associazione umanitaria, inviate in fretta e furia da Roma, per verificare la situazione che finoa poche ore prima, era definita ufficialmente tranquilla e senza nessun problema. Ma non era così. Le due donne fanno subito una relazione via radio avvertendo il Viminale ed altre autorità, che a bordo della nave la situazione è insostenibile. Via radio continuano a chiamare, anche la Marina Militare italiana, che dice al comandante turco di non fare salire a bordo giornalisti. «Siete arrivati tardi, ormai sono qui a bordo». E poi rivolto ai giornalisti, chiede: «Ma secondo voi, non ho fatto abbastanza?». – dal nostro inviato FRANCESCO VIVIANO
Lampedusa
Spettacolo su migranti in piazza
PALERMO – Nell’isola dove i migranti approdano per la prima tappa di un tortuoso cammino di speranza, il loro inferno è stato cantato in piazza. È accaduto ieri a tarda sera a Lampedusa, dove Filippo Luna (interprete e regista) ha dato voce ai senza voce nella drammaturgia che Maria Elena Vittorietti ha distillato dai reportage dell’inviato di Repubblica Francesco Viviano. Lo spettacolo, intitolato la “Porta della vita”, ha fatto rivivere in cinque scansioni i giorni della “Pinar”, il cargo turgo che nell’aprile scorso si prodigò per 144 naufraghi provenienti dal nordafrica e costretti poi ad una odissea in mare per un rimpallo burocratico tra Italia e Malta.
Dagli articoli di Viviano è scaturita una striscia narrativa di poco meno di un’ora, incorniciata dalle immagini dei veri protagonisti proiettate su un grande schermo e dalle musiche di Giovanni Parrinello. Attraverso l’ incisiva partitura di Luna, il folto uditorio ha recuperato la storia di Austine, il nigeriano fuggito dai machete che hanno scannato il padre, il dramma della ragazza incinta morta in acqua e il cui cadavere rimase per giorni in una scialuppa della “Pinar” e altri siginificativi frammenti di dolore. L’iniziativa è stata il corollario della cerimonia con cui Francesco Viviano e Francesca Boldrini, delegata Onu per i rifugiati, sono stati insigniti della cittadinanza onoraria di Lampedusa.
lasiciliaweb 27/06/2009



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