IL PASTICCIACCIO
Innocenzi fuori dall’Agcom
Finalmente dimesso.
Agcom è l’acronimo di Autorità per le garanzie nelle telecomunicazioni. E’ un’autorità amministrativa indipendente, ed è stata istituita in Italia con la legge 249 del 1997 (la cosiddetta legge Maccanico). Ha sede a Napoli e svolge una funzione di controllo nel mercato delle telecomunicazione. In particolare, dovrebbe vigilare sulla corretta applicazione dell’articolo 21 della Costituzione. Altri importanti compiti dell’Agcom sono il controllo di posizioni dominanti, la promozione di accordi tra operatori e la promozione dello sviluppo tecnologico e dell’offerta. Gli organi dell’Autorità sono il Presidente, la Commissione per le infrastrutture e le reti, la Commissione per i servizi e i prodotti, e il Consiglio. Nonostante la presunzione di indipendenza i membri di questo organo vengono scelti in proporzione al peso che i vari partiti hanno in Parlamento: quattro commissari dell’Agcom vengono scelti dalla Camera, e quattro dal Senato. Il Presidente invece viene proposto direttamente dal presidente del Consiglio. da Il Fatto Quotidiano
Proletari di tutto il mondo
da il manifesto di oggi NELLA FABBRICA DI TYCHY
«Abbiamo accettato condizioni capestro, ma Fiat ha tradito le promesse»
La rabbia degli operai polacchi che producono la Panda. E l’appello agli italiani: «Resistete e sabotate l’azienda»
Mauro Caterina
VARSAVIA
«Per noi non c’è altro da fare a Tychy che smettere di inginocchiarci e iniziare a combattere. Noi chiediamo ai nostri colleghi di resistere e sabotare l’azienda che ci ha dissanguati per anni e ora ci sputa addosso». Non si erano mai sentiti toni così duri nell’impianto polacco della Fiat dove si produce la nuova 500. Nella lettera aperta, scritta il 13 giugno da un gruppo di lavoratori della fabbrica di Tychy ai colleghi di Pomigliano d’Arco alla vigilia del referendum, c’è tutta la rabbia di chi si è rotto la schiena per poco più di 580 euro netti al mese lavorando 48 ore a settimana compresi turni di sabato e domenica.
Il gioco delle «tre carte» che la Fiat sta portando avanti – chiudere l’impianto di Termini Imerese nel quale si produce la Lancia Y, spostare la produzione a Tychy e di conseguenza riportare la produzione della Panda in Italia – non è piaciuto affatto ai lavoratori polacchi. Anche perchè, un’altra macchina prodotta dalla Fiat a Tychy, la Topolino, adesso prenderà il volo per la Serbia. C’è smarrimento e molti operai nell’impianto di Tychy non sanno più cosa aspettarsi dall’intera vicenda. «Per anni ai nostri operai è stato fatto il lavaggio del cervello – dice Wanda Strozyk, battagliera sindacalista di Solidarnosc – con l’idea che lavorare oltre i propri limiti ed essere ultra-efficienti avrebbe garantito ulteriori investimenti e la creazione di altri posti di lavoro in Polonia. Invece adesso ci troviamo con la preoccupazione di perderlo quel posto di lavoro». Tychy è a tutti gli effetti il «gioiellino» del Lingotto, la punta di diamante del gruppo torinese, l’impianto più efficiente della Fiat nel mondo, addirittura cinque volte più produttivo di quelli italiani stando alle cifre di Marchionne. È vero, Tychy è un gioiellino produttivo ma a quale prezzo tutto ciò è stato possibile? La dirigenza ha chiesto ai lavoratori di lavorare sabato e domenica, di fare tre turni al giorno invece di due e di tagliare le ferie. Proprio le stesse condizioni che sono state imposte agli operai di Pomigliano d’Arco. Scioperi e proteste? Qui in Polonia non sono ammesse rimostranze contro l’amministrazione. Solo quando i sindacati chiedono qualche bonus per i lavoratori più produttivi, o contrattano i turni del week-end è possibile alzare la voce, ma non troppo. La verità è che da queste parti i sindacati e i lavoratori non hanno mai avuto le condizioni e la forza di opporsi ai diktat aziendali. E questo vale per la Fiat come per qualsiasi altra multinazionale presente in Polonia. «Avevamo la sensazione di non essere in condizione di lottare, di essere troppo poveri – scrivevano nella lettera gli operai polacchi – abbiamo implorato per ogni posto di lavoro. Abbiamo lasciato soli i lavoratori italiani prendendoci i loro posti di lavoro, e adesso ci troviamo nella loro stessa situazione». Una «guerra tra poveri» con l’ulteriore consapevolezza di non avere nessuna scelta a disposizione se non quella di denunciare e lottare. Si propone di unire le forze e lottare internazionalmente. Ma chi glielo va a dire agli operai cinesi, taiwanesi o indiani di unirsi nella lotta? Li la preoccupazione non è quella di pagare il mutuo o la rata della macchina, ma soddisfare i bisogni primari. «Hanno globalizzato le merci e la finanza – riflette Wanda Strozyk – non era meglio prima globalizzare i diritti?». Questa però è una domanda che bisognerebbe girare ai governanti dell’Occidente opulento che la globalizzazione l’hanno lasciata nelle mani dei finanzieri.
Bersani chi?
“Dopo aver vinto il congresso sventolando la bandiera del lavoro, Bersani è stato capace di parlare alle migliaia di militanti riuniti all’assemblea di Roma senza mai nominare la parola Pomigliano”.
Norma Rangeri sul manifesto di oggi
Alpi Hrovatin 16 anni dopo
Dopo sedici anni le indagini sul caso Ilaria Alpi potrebbero dover ripartire da capo. Almeno sentendo le testimonianze emerse al sedicesimo Premio Ilaria Alpi, in corso in questi giorni a Riccione. La giornalista Rai, assassinata a Mogadiscio nel 1994 insieme al collega Miran Hrovatin mentre indagava su traffici d’armi e rifiuti tossici, non sarebbe stata uccisa da Hashi Omar Hassan, l’uomo che sta scontando una condanna a ventisei anni per il delitto. Il suo accusatore, Ali Rage Hamed, meglio noto come Jelle, che con la sua testimonianza lo ha mandato in carcere con l’accusa di aver partecipato al commando omicida, avrebbe mentito.
A rivelarlo è l’avvocato Douglas Douale, difensore del giovane somalo in carcere ormai da undici anni. “Jelle mi ha telefonato e mi ha confessato di aver mentito”, ha raccontato ieri sera Douale in una registrazione raccolta dal giornalista del Tg3 Roberto Scardova. “Mi ha confessato che aveva bisogno di soldi, e che è stato pagato da un’autorità italiana perché accusasse Hashi Omar Hassan”. ilariaalpi.it
Vedi anche:
- 1994 di Grimaldi e Scalettari, Chiarelettere
- Riccardo Bocca, Le navi della vergogna, Bur
Il Vaticano:
” Sepe collaborerà ma nei limiti del Concordato”
l’Unità, 21 giugno
Parola di Saramago
“Dev’essere duro vivere quando il potere politico e quello imprenditoriale si riuniscono. Non invidio la sorte degli italiani, però infine è nella volontà degli elettori mantenere questo stato di cose o cambiarlo”.
Josè Saramago
Gustavo Zagrebelsky sulla legge bavaglio
Qual è il principio in gioco, in questo caso?
“La trasparenza del potere. Un potere avvolto nel segreto è un potere totalmente anti-democratico. Solo Dio nasconde il suo volto: ma non direi che Dio possa essere assunto come esempio di democrazia”.
È potere per il potere
colloquio con Gustavo Zagrebelsky di Marco Damilano
L’ESPRESSO 25/2010
Lunardi chi?
….. quello che diceva che con la mafia bisogna convivere?
Un riassunto da brivido
Re Mida all’incontrario
di Marco Travaglio
Se non fosse che ha sette vite come i gatti, il ducetto farebbe quasi pena. Il Re Mida che trasformava in oro qualunque cosa toccasse è diventato un Re Merda. Ha due ministri pregiudicati e cinque inquisiti o imputati (l’ultimo, Brancher, l’ha aggiunto lui per fare cifra tonda). Il coordinatore dei Servizi segreti De Gennaro l’hanno appena condannato in appello per il G8. I suoi ex capi dei servizi, Pollari e Mori, sono imputati rispettivamente per peculato e favoreggiamento alla mafia. Il suo cappellano don Gelmini va a processo per molestie sessuali. E il suo pappone di fiducia Giampi Tarantini per spaccio di coca. Il suo commissario Agcom, Innocenzi, è sotto inchiesta per i traffici anti-Annozero. Suo fratello Paolo, già pregiudicato, è di nuovo indagato per il nastro Fassino-Consorte. Sulla faccenda dovrà testimoniare obtorto collo il suo on. avv. Ghedini. Il coordinatore del suo partito, Verdini, è indagato un po’ dappertutto con la Cricca, mentre l’ex coordinatore Scajola è ancora lì che cerca chi gli ha pagato la casa. I fuoriclasse del Partito del Fare se la passano peggio di quelli del Milan. Gianni Letta, già “uomo della Provvidenza”, sbuca da un bel po’ di inchieste imbarazzanti. San Guido Bertolaso, l’uomo che insegnava la protezione civile agli americani e fermava le catastrofi con le nude mani, è indagato per corruzione; appena apre bocca si fanno tutti il segno della croce; e ha ormai l’immagine di uno scroccone che non paga non solo i massaggi e l’affitto, ma nemmeno le bollette. Come quell’altro genio dell’ingegner Lunardi: B. lo presentò a Porta a Porta come l’homo novus della politica del fare, il fulmine di guerra che avrebbe sbloccato le grandi opere, una gallina dalle uova d’oro. Ora scopriamo che anche lui faceva e riceveva favori dalla Cricca, ma – beninteso – “come persona, non come ministro, perché sono una persona corretta” (infatti è indagato). E Stanca? Ricordate Lucio Stanca? Il Cavaliere tenne il nome segreto per giorni e giorni, annunciò soltanto che aveva trovato un gigante del pensiero, un tecnico da paura, un cervello fuori misura che, con la sola forza del pensiero, avrebbe cablato e informatizzato l’Italia tutta, isole comprese, come ministro dell’Innovazione tecnologica (una delle tre “i”, quella dedicata a Internet, era tutta sua). Quando poi si seppe che era Stanca, e soprattutto se ne vide la faccia lievemente più inespressiva di un termosifone spento, qualcuno timidamente domandò: “E chi cazz’è?”. La risposta fu: “L’ex presidente dell’Ibm, che diamine, mica un pirla qualsiasi!”. Roba forte. Dal 2001 al 2006 passò talmente inosservato che a volte dimenticavano di invitarlo alle riunioni, senza peraltro accorgersi della sua assenza. Nel 2008, tornato al governo, B. si scordò sia di lui sia del suo ministero: dispersi. Fu recuperato come ad di Expo 2015, anche se è già deputato, ma ora pare che dovrà sloggiare pure di lì: dopo che Tremonti gli ha tagliato i fondi, commissariato le deleghe e asportato lo stipendio (deve accontentarsi di quello di parlamentare), la presidente Bracco gli ha inviato un’ingiunzione di sfratto per scarso rendimento. Un altro monumento che crolla miseramente, mentre i miracoli evaporano l’uno dopo l’altro. Quello della ricostruzione de L’Aquila, grazie ai pm, a Draquila e al popolo della carriole, è una tragica barzelletta: si sbriciolano anche le casette della leggendaria New Town a prova di bombardamenti, inaugurate in pompa magna sotto lo sguardo lubrico di Vespa. Il miracolo dei rifiuti scomparsi in Campania funziona a tal punto che ora la monnezza rispunta pure a Palermo, altra capitale del buongoverno grazie al sindaco Cammarata (ora è in Sudafrica: a casa c’era troppo tanfo). Persino Minzo fatica a nasconderla. E la legge bavaglio è talmente sfigurata che non la riconoscono più nemmeno i mafiosi. Ma B. insiste: “Approviamola comunque”. Come viene viene. Ormai è un pugile suonato che mena fendenti all’aria. Se non fosse che l’altro pugile ha abbandonato il ring, rischierebbe persino di perdere la partita.
da IL FATTO QUOTIDIANO


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